L’allarme per l’Epatite A raggiunge ufficialmente il Lazio con un bilancio sotto stretto monitoraggio. Attualmente, le autorità sanitarie registrano 120 pazienti in tutta la regione, di cui ben 50 concentrati nelle Asl di Roma (Rm1 e Rm2) e 24 nella provincia di Latina. Secondo le indagini epidemiologiche, l’infezione è direttamente associata al consumo di frutti di mare. Sarebbe arrivata a fine febbraio tramite una partita di cozze contaminate proveniente dalla Campania. L’ipotesi principale suggerisce che le abbondanti piogge invernali abbiano causato forti rimescolamenti in mare, innescando la contaminazione dei molluschi che sono stati ora tempestivamente ritirati dal mercato.
Riconoscere l’infezione richiede particolare attenzione alle tempistiche. Infatti, i sintomi dell’Epatite A si manifestano dopo un periodo di incubazione molto lungo. Varia dalle due alle sette settimane dal momento esatto in cui si è consumato l’alimento infetto. Inizialmente, la malattia si presenta in modo subdolo come una normale influenza, scatenando nausea, vomito e una generale perdita di appetito. Successivamente, il quadro clinico evolve rivelando segni specifici legati alla sofferenza del fegato: compare la colorazione giallastra della pelle e della sclera degli occhi, accompagnata da urine scure, feci chiare e forti dolori addominali (mentre nei bambini piccoli l’infezione risulta spesso asintomatica).
La Regione Lazio ha risposto all’emergenza istituendo una task force multidisciplinare e rafforzando la sorveglianza. Le squadre del dipartimento di prevenzione stanno eseguendo controlli a tappeto in tutti i ristoranti e nei punti vendita del territorio. Nel frattempo, i medici di base, i pediatri e i pronto soccorso invitano i cittadini ad alzare la guardia a tavola. Per prevenire il contagio, gli esperti raccomandano di evitare assolutamente il consumo di frutti di mare crudi o poco cotti (soprattutto cozze e vongole). Va prestata la massima attenzione anche a frutta e verdura cruda, lavandola accuratamente per scongiurare qualsiasi residuo di contaminazione.
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