La Corte d’Appello di Roma ha depositato le motivazioni della sentenza sui depistaggi seguiti alla morte di Stefano Cucchi, il geometra romano deceduto il 22 ottobre 2009 all’ospedale Pertini una settimana dopo l’arresto per droga. I giudici della seconda sezione hanno evidenziato «una serie di anomalie» nelle annotazioni e nelle comunicazioni ufficiali. Secondo la Corte, l’obiettivo non fu quello di individuare responsabilità interne, la cosiddetta “mela marcia”, ma piuttosto di «restituire una realtà di comodo» per spiegare il decesso.
Questa ricostruzione alternativa descriveva Cucchi come epilettico, tossicodipendente, anoressico e persino sieropositivo, puntando a ricondurre le cause della morte esclusivamente a condizioni pregresse di salute. I giudici parlano di un generale Alessandro Casarsa «interessato essenzialmente a presentare quella verità di comodo», così da orientare le indagini lontano dai Carabinieri. Il depistaggio, secondo le motivazioni, andò avanti fino al 30 ottobre 2009, con documenti e linee guida che miravano a consolidare questa versione, rafforzando l’idea di un detenuto morto per fragilità personali e non per le violenze subite durante la detenzione.
La sentenza del 19 giugno 2025 ha confermato e rimodulato alcune condanne: un anno e tre mesi per Lorenzo Sabatino, due anni e mezzo per Luca De Cianni, dieci mesi per Francesco Di Sano. Per Casarsa, Francesco Cavallo e Luciano Soligo è stata dichiarata la prescrizione, mentre Massimiliano Colombo Labriola e Tiziano Testarmata sono stati assolti, ribaltando la condanna di primo grado. Le accuse spaziavano tra falso, favoreggiamento, omessa denuncia e calunnia, nell’inchiesta coordinata dal pm Giovanni Musarò. Secondo i giudici, tutte le condotte contestate erano accomunate da «un’unica volontà: allontanare i sospetti dagli appartenenti all’Arma».
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